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MARIO GRIMALDI
“Una lezione con Angelo

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A questi tre liutai, già celebri in tutta Italia e ben affermati nel corso della loro vita , affiancammo un quarto, Lorenzo Bellafontana, celebre per i suoi violini ma poco conosciuto come costruttore di chitarre , almeno fuori dalla sua Liguria. La scoperta che feci di due chitarre del 1936 costruite a Genova , una da Bellafontana copia Julia Gomez Ramirez , e una da Giuseppe Lecchi , copia della Manuel Ramirez/Santos Hernandez di Segovia, scoperta di cui lo avevo prontamente informato, ci spinse con entusiasmo a occuparci con fervore del movimento chitarristico nella Genova negli anni 30, analizzando gli strumenti dal punto di vista organologico per quel che riguardava me , indagando invece Gilardino il contestuale mondo musicale e le biografie degli autori.

Angelo volle inserire all'ultimo altri due liutai da lui riscoperti: il basso comasco Mario Pabè, e l'anconetano/romano Rodolfo Paralupi, autori di cui non ebbi tuttavia modo di delineare il percorso costruttivo avendo avuto tra le mani un numero troppo esiguo di loro strumenti.

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Era l'anno 2013 , mi trovavo nel mio laboratorio quando ricevetti una telefonata di Angelo Gilardino:  “Mario, ho trovato il titolo per il nostro libro : “il legno che canta”, e non aggiunse altro.  Mi dichiarai subito d'accordo: sarebbe stato difficile trovarne uno migliore. Era un titolo perfetto e rappresentava la migliore sintesi del lavoro svolto insieme. Qualche mese prima mi aveva chiesto infatti se volevo scrivere insieme a lui un libro su alcuni liutai italiani che per primi avevano sperimentato il modello spagnolo e, naturalmente, fui entusiasta di questa proposta. Mi ero già appassionato in precedenza all'opera di Pietro Gallinotti e avevo in mente di occuparmi di altri liutai della sua stessa generazione , penso che abbia voluto coinvolgermi perchè conosceva il mio interesse a studiare e promuovere la liuteria storica del novecento italiano. Decidemmo di circoscrivere il nostro studio ai liutai nati entro il 1920 , dunque Gallinotti – che eravamo concordi nel ritenere fra i più importanti, insieme a Luigi Mozzani e Nicola De Bonis. E perchè non anche Vincenzo? Intanto perchè nato dopo il 1920, ma soprattutto per mettere in luce un'altra importante caratteristica di questi costruttori: volevamo indicare le qualità pionieristiche , l'indole a sperimentare anche a costo di battere strade infeconde o vicoli ciechi più che il mettere a punto un progetto da seguire con fedeltà o assecondare una tradizione consolidata.

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Ho cari ricordi legati ai nostri incontri. Durante la lavorazione dei testi capitava che Angelo venisse a trovarmi nel mio laboratorio-grotta, un antro dall'accesso non facile dato che bisognava scendere e poi inerpicarsi per gradini molto erti e irregolari.

 

Sentivo la sua bella voce gridare. Mariooo! E, affacciandomi, lo vedevo schizzare fuori dalla macchina guidata dal figlio Alessandro con l'entusiasmo di un adolescente. Si lanciava sui gradini di tufo per raggiungermi e guai a chi gli avesse offerto aiuto perchè voleva farcela da solo. Hai visto!? , anche questa volta ce l'ho fatta, esclamava tutto soddisfatto! Se capitava che avessi in laboratorio qualcuno degli strumenti di Bellafontana o Gallinotti da provare , allora era festa! Si parlava della qualità del suono, del suono di Garcia, di Sanfeliu, di Mozzani e De Bonis....e Gilardino aveva parole diverse e incisive per descrivere le qualità e le differenze di ognuno di questi costruttori.

 

Curioso degli elementi costruttivi della chitarra non solo dal punto di vista teorico , si incantava a sentire la risposta sonora di una tavola armonica ancora grezza mentre la si colpiva con le nocche delle dita, eccitato nello scoprire come si propagava il suono e come decadeva. Proprio quel “legno che canta”che gli era venuto in mente come titolo del libro.

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